E’ solo il DISCO de Il Teatro Degli Orrori

Abbiamo ascoltato questo album 5 volte, prima di renderci conto che non ne avremmo più potuto fare a meno. Da dove viene questa roba e cosa ci dice del mondo circostante? E’ un’accozzaglia di parole che possiamo investire di tutto il significato che vogliamo o anche di nessuno e pogare e basta? Va bene lo stesso? Cambia qualcosa?

Magnifico il quarto disco de Il Teatro degli Orrori, che arriva dopo il deludente “Il Mondo Nuovo” e l’innominabile lavoro solista di Capovilla. Stimiamo Pierpaolo, la sua cultura, la sua curiosità, la sua tenacia e la sua arte, la sua faccia tosta, e molto spesso una personalità così complessa non trova il modo più giusto per esprimersi.

Ma questa volta, intorno al frontman del Teatro degli Orrori, c’è una band compatta e una produzione che eleva l’album sopra i precedenti lavori senza dubbio, consacrando l’identità di un gruppo che può cambiare la scena indipendente italiana. Un concept album sulle miserie della terra promessa in cui si rincorrono invidia, solitudine, amarezza e stagnamento. Sono accadute tante cose in questi anni, ma non è successo niente. Un Paese che non cambia, mosso dall’invidia, in cui se non nasci ricco ti tocca lavorare. Oppure puoi fare il cantante, e se non sai cantare puoi fare il rapper e andare in televisione. Ma perchè accettare un mondo in cui le nostre aspirazioni sono fare un mucchio di soldi, tanto sesso e guidare supercar? È per questo che la rabbia del Teatro degli Orrori emerge viscerale. L’inizio spiazza. Un urlo e la pulsazione ritmica della grancassa, 12 canzoni che si spalmano su di un tappeto sonoro denso di variazioni come il raggiungimento di un orgasmo, fino all’esplosione.

C’è l’intensità di “E lei venne” in canzoni come “La Paura” e la rassegnazione di “La canzone di Tom” in “Cazzotti e suppliche”. Intenso l’inizio in medias res de “Il Lungo Sonno (lettera aperta al Partito Democratico)” in cui non lascia dubbi la vena politica di Capovilla che tira uno schiaffo al PD professandosi di destra (cosa cambi in fondo?). Ci sono brani che ci lasciano completamente a bocca aperta come “Una Donna” e “Sentimenti inconfessabili”, in cui Capovilla immagina al proprio funerale anche Federico Guglielmi, (giornalista che ha troncato il precedente lavoro del Teatro). Senza parlare di “Slint”, decima traccia e cupa ballad in cui si auspica un ritorno a Sant’Erasmo, l’isola più grande della laguna, per rivivere la sensazione di non essere soli, guardando i cormorani tuffarsi nel mare. Sono protagonisti il basso di Favero e la chitarra di Gionata Mirai, capaci tanto di impeti noise quanto di grandi assoli. Capovilla canta poco, recita la maggor parte delle strofe ed è aiutato da massicci cori. Ci chiediamo come venga “Bellissima” live. Entrano in gioco per questo disco le tastiere e i synth di Kola Laca. Il Teatro degli Orrori dimostra di saper padroneggiare da una parte i continui cambi di accenti nella musica e dall’altra le considerazioni retoriche nei testi senza mai apparire superficiale o confuso.

Questo è un album che ti ammazza lentamente, così intenso e diretto che non lascia scampo. Se nella finale “Una giornata di sole” sembra possa esserci una medicina alle contraddizioni che stiamo vivendo, un suono ritmato e rassicurante, come un sorriso, in realtà è ben visibile la pietra tombale che campeggia sopra le nostre menti ormai troppo assuefatte per ribellarsi.

È il disco del Teatro degli Orrori che non ha nome. Non è un album omonimo come molti dicono. È solo IL DISCO del Teatro, il disco che aspettavamo da tempo, che porta nel panorama italiano una sintesi unica di cantautorato e cura del suono da cui si può solo prendere spunto.

TRACKLIST

Disinteressati e indifferenti
La paura12138305_10153724143434292_1764957568224741356_o
Lavorare stanca
Bellissima
Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico)
Una donna
Benzodiazepina Genova
Cazzotti e suppliche
Slint
Sentimenti inconfessabili
Una giornata al sole

 

 

 

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